IL PAESE DELLE FACCE GONFIE

Un monologo agrodolce per un evitabile disastro ambientale.

Alcuni avvenimenti restano nella memoria personale e collettiva in modo indelebile e possono segnare la nostra visione del mondo. Nel luglio di tanti anni fa io e altri bambini guardavamo il cielo nel timore che la nube tossica partita da Seveso potesse passare di lì. Era il 1976 e i disastri ambientali che seguirono troppo spesso hanno ricordato quanto accaduto a Seveso.

“Il paese delle facce gonfie” racconta un disastro ambientale che avrebbe potuto essere evitato se si fosse dato ascolto a chi aveva a cuore la salute della gente. La voce è quella di un uomo che vorrebbe tornare bambino, quando le nuvole gli passavano sopra la testa ed erano desideri che aspettavano di prendere forma. Il bambino ritorna nel linguaggio e nello sguardo ingenuo e dissacrante sugli avvenimenti.
La storia, i luoghi e i personaggi sono di fantasia, ma tornano alla mente gli eventi che hanno danneggiato e continuano a danneggiare salute e ambiente, a testimoniare che poco si è imparato negli anni.
                                                                                                           Paolo Bignami

Il paese delle facce gonfie racconta un pezzo di storia d’Italia attraverso gli occhi ingenui – ma attenti – di “Poldo”. Un uomo che affronta la vita con lo sguardo di un bambino, ma che, proprio per questo, è in grado di cogliere il bello e il brutto nella loro essenza. Nel testo si racconta del “boom”, di quel periodo in cui nel Belpaese tutto sembrava possibile grazie all’industrializzazione e al progresso tecnologico e scientifico. Poldo racconta questo passaggio con entusiasmo, fino a scontrarsi con quelli che nel testo sono chiamati “gli effetti collaterali”: incidenti sul lavoro, disastri ambientali, malattie incurabili che rendono “la faccia gonfia”.

Il Paese delle facce gonfie

di Paolo Bignami
con Stefano Panzeri
dramaturg Chiara Boscaro
regia Marco Di Stefano
assistente alla regia Cristina Campochiaro
responsabili tecnici Enzo Biscardi e Marcello Seregni

un progetto La Confraternita del Chianti
una produzione Associazione Interdisciplinare delle Arti
con il sostegno del MIBACT
con il sostegno di Teatro In folio/Residenza Carte Vive

testo Vincitore del Mario Fratti Award 2017 (New York, USA)

FINALISTA FringeMi 2022

Francesca Romana Lino Platealmente

Vincenzo Sardelli Krapp’s Last Post

“Complice anche uno straordinario Stefano Panzeri – attore, in scena, di una grazia-ed-incisività recitative disarmanti -, quel che colpisce subito, di questo testo di Paolo Bignami, è la grammatura della scrittura: un peso specifico altissimo, nonostante una leggerezza espressiva disarmante.”

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Panzeri entra in un testo fanciullescamente poetico, costellato d’anafore, ripetizioni rituali, anacoluti. È una paratassi naif, che ben rende l’anima candida di Poldo, capace tuttavia di scorgere il male degli uomini, che qui si chiama profitto dei padroni della fabbrica e conta sulla connivenza di medici arrendevoli e di avvocati speculatori. Ma Poldo, retto e leale, reagisce sempre in maniera positiva alle sfide della vita, anche quando quest’ultima gli serba brutte sorprese, come la scomparsa delle persone che sente più vicine. Poldo reagisce con delicatezza trasognata. E allora questo teatro è doppiamente civile, perché la denuncia si tinge di compassione, e la protesta sfuma nella lirica.

SE NE DICE

Testimonianze

Sorridere e commuoversi con Poldo è stato un piacere. Grazie.

Isabella Radaelli Spettatore

Un racconto dove la tragedia si stempera nella metafora. A cesellare il testo di Bignami, o a spremerlo come un agrume per sprizzarne la forza teatrale, è Chiara Boscaro, qui in versione dramaturg. A dare volto, movenze e parole a Poldo è uno Stefano Panzeri stralunato, diretto da Marco Di Stefano, che ne fa un personaggio ingenuo ma con una punta d’arguzia. Poldo arriva con un pallone e un frigo portatile, che fa scampagnata e soprattutto picchetto da sciopero.

VINCENZO SARDELLI critica

Immaginate di vedere in un cielo terso di azzurro, un’enorme nube nera che aleggia, e immaginate di dover lasciare casa a seconda di come il vento la sposta, perché è una nube tossica. Tra i disastri ambientali più gravi della storia, si ricorda quello del 10 luglio 1976 quando il reattore della fabbrica di cosmetici dell’Icmesa a Seveso, in Brianza, raggiunse la temperatura di 500 gradi e esplodendo liberò nell’aria una massiccia formazione di diossina (TCDD) che investì i comuni limitrofi di Meda, Cesano Maderno, Limbiate, Desio e, il più colpito, Seveso.

Luca Medri giornalista
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